Vita e progresso

Esistono i condizionamenti. Esistono tradizioni della nostra cultura che vengono accettate senza nemmeno pensare. Questo non è un male di per sè. Molte di queste tradizioni sono buone, credo.
Qualche volta, però, ho pensato al lavoro e ho scopero che c’è qualcosa che non funziona. L’ho scoperto così, provando ad immaginare la Terra molto più piccola, una Terra molto piccola con pochissimi abitanti. Nulla di diverso, quindi, matematicamente. Tra questi abitanti c’ero anch’io. Una specie di strano sogno. In questo sogno aprivo la porta e mi trovavo a guardare il sole che faceva luce sul cortile. Alcune persone mi salutavano ed io rispondevo con una smorfia impacciata. Mi chiedevo cosa dovessi fare. Tutti facevano qualcosa. Quello si occupava del tetto, quell’altro della stalla, un tizio con alcuni altri della centrale, alcune graziose ragazze guidavano uno strano e silenzioso macchinario, due bambini strillavano, un vecchio ricavava nettare da un fiore. Passavano i giorni e mi rendevo conto che queste persone parevano in vacanza. Ma quella era la loro vita. Dovevano fare solo quello che serviva loro.
Un bilancio zero, materialmente parlando. Tutto il resto era vita e progresso.
Quella del lavoro è una tradizione distorta dal tempo e dall’inganno. Il genere umano poteva essere nel futuro, oggi, se gli obiettivi del lavoro non fossero stati allontanati dalla comunità. Quando il mio lavoro viene ricompensato con una banconota, gli obiettivi del mio lavoro sono anonimi ed estranei a qualsiasi concetto di comunità. Questo crea una distanza tra la mia vita e quello che faccio per vivere. Il risultato è la corsa alla sopravvivenza, che si sostituisce alla piena e illuminata vita.